
Chiamatela, se volete, “Fenomenologia della Sagra del Salsicciolo”.
Se c’è un luogo, un contesto, un piccolo mondo dove per la prima volta in vita mia, tanti anni fa, ho capito davvero cosa significasse l’idea di comunità contradaiola… beh, quello è stato la Fiera.
Sì, ok, magari per qualcuno sarò blasfemo, ma per me è andata esattamente così.
Quando avevo 15 anni, la sensazione di essere accettato, invitato, persino aspettato in conversazioni e gruppi così diversi da quelli di tutti i giorni — impossibili da vivere altrove — l’ho provata lì.
In quei giardini, che erano e sono sempre casa mia. Tra i microfoni che urlavano, i bicchieri di vino e i piatti di tortellini. Tra quello che raccontava le barzellette e quell’altro con la chitarra a cantare Battisti. In mezzo a quei tavoli, quelle magliette, e noi ragazzi a portare boccali di birra e poi, magari, a nasconderci dietro le siepi.
E a tornare a casa tardi. Troppo tardi, per l’epoca.
Un po’ più grande — e non scherzo — ci ho fatto persino un esame universitario con Omar Calabrese (pizza e fichi, semmai…), e ci ricavai pure un bel trentello.
Stasera, a distanza di almeno 40 anni e con una consapevolezza decisamente diversa, ho rivissuto esattamente la stessa magia. Ci vuole davvero così poco.
I ventenni erano diversi, ma alla fine erano gli stessi, così come i sessantenni. Tutto è successo completamente a caso.
Da 20 a -anta anni.
Senza tessere da comprare, senza liste (per carità, sacrosante e necessarie, direi salvifiche).
Senza i soliti “ma chi c’è?”, senza seghe mentali.
Solo persone — conoscenti, non per forza amici intimi — con cui condividere all’istante la stessa identità, unione, intenti, incazzature e gioie.
Lo voglio scrivere perché è stato casuale, ma incredibilmente speciale.
È stato, ancora una volta e come sempre, bellissimo.
E chi non lo capisce è solo perché non la vive. Perché se la viveste, lo sapreste.
Emiliano Giustarini