
Cosa ricordavamo quando tutto era in bianco e nero? Quando la traccia del ricordo, che fosse di un’ora, di un giorno, di anni, era racchiusa in una foto 13×18 appena uscita dalla camera oscura e affissa ancora umida nella bacheca chiusa dal vetro? Era il Palio appena finito quello che palpitava ancora nelle teche del Grassi per il Corso. Era lì che si correva, appena finita la carriera, per vederla e rivederla e fissarla nella mente. Bastava poco per comprendere che quella caduta del fantino era una scivolata di tradimento o che il guizzo di Vittorino al canape non lo avrebbe più avuto nessuno. Mai. Ben inteso: chi aveva vinto, non ci andava per il Corso a vedere le foto del Grassi. Gli altri sì, accalcandosi e parando quelli più piccini, che si stava sempre dietro, in basso, a reclamare ancora noi una briciola di ricordo da conservare.
I più giovani rideranno. Oggi che hanno tra le mani ogni singolo fotogramma, video nitidi e perfetti, reel a rallentatore, e che perfino la televisione con la sua moviola pare antica. Ma la pioggia di immagini convulse non aiuta la memoria. Conforta il bisogno immediato, l’ansia parossistica di scrutare, ma non sostiene il ricordo. Anzi, lo annichilisce, ne impedisce il trasferimento in quella parte dell’anima che ha bisogno di abbeverarsi a narrazioni personali, intime. Perché quel Palio lì, perso o vinto che fosse, era quello che poi ci si mise insieme. O l’altro che ci s’era appena sposati. O quello dell’anno che s’andò tutti insieme alla prima Siena-Follonica.
Ognuno ha bisogno, sempre più spesso, soprattutto via via che gli anni passano, di rincantucciarsi nel proprio personale ricordo. Che, poi messo insieme agli altri, diventa la trama di un racconto che ancora oggi si chiama Contrada. E siccome la Contrada si rafforza nella memoria, ecco che le nostre “Memorie digitali” sono una porta che si schiude e ci apre i nostri mondi infiniti. Pieni di migliaia di volti e di sorrisi, di abbracci e di ghigni. Di bambini divenuti adulti e poi vecchi. Di anziane dalle cappe lucide o dai grembiuloni spiegazzati. Di giovanotti fieri dai capelli impomatati, di ragazze belle dagli occhi grandi, di giacche povere e cravatte lise indossate solo per la Cena della vittoria.
Ecco i nostri mondi infiniti affollati di cavalli e fantini, di eroi al bandierino, di Capitani intrisi del sudore del trionfo, di prime file schierate, di palchi tutti appiccicati. Ecco le Fiere che scorrono piene di dolci notti solo per noi. E poi invase dalla marea che non smette mai di scendere le scale. Ecco le squadre di calcio vittoriose, quelle della Pania A, meno quelle della Pania B. E poi, gli “stranieri” del basket tra contrade, che si mangiava la pastasciutta se avanzava ai giocatori. E tanti volti felici per il semplice gusto di stare insieme. Di scendere in strada, di ritrovarsi tra gli alti palazzi e le vie in discesa, facendo piazza davanti a Santa Chiara. Scorrono tavolate nel rione a celebrare i giorni di gioia. E pare di sentire canti senza tempo gridati con la voce resa roca dal vino. Sembra di veder ballare uomini fatti vestiti da bambini, in quel cenino della vittoria antica.
Basta restare in silenzio, aprire la finestra dell’anima e sprofondare dolcemente tra le migliaia di immagini delle Memorie digitali, per disporsi ad ascoltare quel Nicchio senza tempo che ci scorre dentro piano piano. Anno dopo anno. Mentre gli anni diventano ricordo.
Daniele Magrini
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