«Il signor Geraci comunica che è allo studio la stampa di un giornalino riguardante la vita della contrada». Così, in una seduta di seggio del giugno 1974, ha inizio l’avventura de “La Spannocchia”, un periodico dalla vicenda irregolare: più volte nato e altre abbandonato, nel corso del tempo ha cambiato forma, stili, contenuto e direttive, ma è riuscito sempre, grazie a quella capacità di adattamento insita nelle contrade, a mantenere un suo degno ruolo, cioè sollecitare la riflessione. 
Del primo numero occorre intanto sottolineare i collaboratori: Duccio Balestracci, Lorenzo Fattorini, Franco Filippini, Marco Frati, Gianni Maccherini, Clara Migliorini, Giorgio Pagliani, Cinzia Terni, Mariarosa Tognazzi. Poi, un altro particolare rilevante: il prezzo. 300 lire per il singolo numero, 2000 per l’abbonamento annuale “normale” e 4000 per quello “sostenitore”. Il contributo richiesto era volto a compensare i costi di produzione di un giornale che, ricordiamolo, nasce come “notiziario della commissione gioventù” e non come organo ufficiale della contrada.
Del resto “il signor Geraci” di cui sopra, che assunse il ruolo di direttore responsabile agli esordi, già ricopriva l’incarico di presidente della suddetta commissione. L’editoriale di apertura tenta di assegnare alcune risposte al vero arcano: perché “Spannocchia”? La soluzione trovata da Pietro a colloquio con Mario Giustarini può così arricchirsi di altri elementi: sarà forse la forma del territorio a ricordare una pannocchia di granturco? O la presenza nel rione, in un tempo mitico, di un tale Spannocchia, personaggio carismatico e dal cuore benevolo? Oppure ancora, la più probabile: Spannocchia = conchiglia?
Tuttavia, ciò che la redazione intendeva definire con sicurezza sono gli intenti: «un sasso in piccionaia che stimoli a parlare su argomenti, più o meno attuali, che possano interessare tutti», nella speranza che la società contradaiola frenasse il suo ridursi al «mangiare-bere-fare la partita» o a un infruttuoso «qualunquismo gastronomico» (ed eravamo nel 1974!). Il resto della prima pagina è conquistato dalla rubrica “Un po’ di storia – Come eravamo”, uscita a puntate fino al numero 2, del giugno 1975, ed elogiata da Gabriella Piccinni sul Nuovo Corriere Senese (3 settembre 1980) come «seria ricostruzione della storia del proprio territorio» dal XIII al XIX secolo. A seguire un trafiletto sulla Fiera, accompagnato a destra da una prima espressione dei desideri che avrebbero – in un processo quasi trentennale e raccontato punto per punto nelle edizioni successive del periodico – portato allo spostamento della Fonte al suo luogo originale.

In terza pagina una licenziosa cronaca della XIV coppa pania (sulla quale sorvoliamo, ma non censuriamo, poiché recante il ricordo di persone a cui siamo tutti legati) macula l’idillica impressione che si voleva lasciare di una serata passata con un’ospite eccezionale. Un mese dopo l’uscita di “È proprio come vivere”, quarto album pubblicato sull’onda del successo de “Il giorno dopo”, Mia Martini decide – e l’ultima vignetta sembra volerci dare indizio del come decide – di varcare le porte della Pania, in una «atmosfera da night» [sic] che ancora oggi alcuni rammentano. 
Che dire poi dell’ultima pagina? Custodisce un tono spensierato e beffardo – proprio forse di ogni mentalità giovanile – che fa quasi invidia nella sua capacità di descrivere liberamente anche le sconfitte: esorcizzare senza drammatizzare. Un gusto ormai perduto, si spera non per sempre.
Jacopo Filippini