Da ormai tre lustri, ogni 2 luglio e 16 agosto, ho la fortuna di mettere bocca sul corteo storico. Gioco di parole, forse un po’ irriverente (chiedo venia), dal quale prende avvio questo racconto che però va oltre quell’ora e mezzo, quasi due, di commento (anni fa radiofonico, da qualche tempo televisivo) sullo spettacolo di colori, suoni, storia, cultura, dna senese e contradaiolo che precede la Carriera e che, citando il grande Alessandro Falassi, “introduce il mito dell’età dell’oro del medio evo senese”.

Il principio di tutto è la fine, è quel “linea a Franco Masoni” col quale calano i titoli di coda del mio impegno al microfono mentre l’ultima bandiera è appena stata lanciata in aria davanti al Palazzo Comunale e alfieri e tamburini risalgono velocemente sul palco delle comparse. È un attimo togliersi gli auricolari, dare un cinque di gratitudine a Cecilia, buttare giù un sorso (ma solo quello, poi vi spiegherò…) di acqua, poi scoppia il mortaretto e inizia un quarto d’ora ai confini del paranormale, un viaggio psichedelico, un melting pot tra l’Odissea studiata sui banchi del Liceo e la sveglia del ragionier Fantozzi che youtube e i social, potenza dell’algoritmo, mi propongono quando scrollo sul telefono. Sì, perché il Palio, inteso come Carriera, corsa, tre giri, non rimango a vederlo in postazione ormai da anni ed è così che la finestra del Circolo degli Uniti che si affaccia su Piazza del Campo, i merli di Palazzo Sansedoni che dominano la Conchiglia, le (Sotto le) Logge, saltuariamente gli studi tv di Canale 3 assumono le sembianze delle dodici navi in partenza da Troia, oppure del buongiorno dato dalla signora Pina, mentre la tv della Rondine (o quella della Pania) diventano invece la mia dolce Itaca, volendo anche l’infernale timbra-cartellino della Megaditta.
Serve una spiegazione? Piccolo flashback. Era sempre filato tutto liscio, poi arrivò il 2 luglio del Sedici, successe quello che successe e tra frasi, sconnesse e orribili, che entravano nei microfoni di chi avevo vicino, spintoni rifilati a chiunque pur di venire via, ricordini lasciati qua e là (sulle pareti di un ascensore, non vi dico quale ovviamente, le ammaccature sono rimaste impresse per anni), giunsi alla conclusone che era giunto il momento di dire basta e che per vedere il Palio, senza doversi snaturare, esisteva una sola comfort zone (…), i Pispini.
Detta così sembra facile, ma quanto distano i Pispini da Banchi di Sotto? E da Piazza Indipendenza? E da via Montanini, addirittura?? Le app, ormai tutto è una app, parlano di dieci minuti, massimo un quarto d’ora di camminata (con due placche e una quindicina di chiodi nelle gambe si campa benissimo ma non si corre, ve lo assicuro), su di un percorso che oscilla tra i 700 metri e il chilometro e 200 metri. Non è solo questione di itinerari e di tempi, perché se è vero che tutte le strade portano ai Pispini, è anche vero che su qualsiasi tragitto per i Pispini ti attendono al varco gli imprevisti e ogni minimo imprevisto comporta un rallentamento della marcia e il conseguente allontanamento della meta. Ve ne snocciolo solo alcuni, la lista di quelli vissuti in questi dieci anni sarebbe troppo lunga e troppo variegata.
Primo imprevisto, il sorso d’acqua (sì sì, quello di cui sopra), che in un amen si è tramutato in…forte stimolo e ti mette davanti al bivio diabolico tra il benessere fisico e il rischio di una Mossa rapida che ti veda arrivare a destinazione a cose ormai fatte, in senso paliesco ma pure urologico: “son scelte tremende” diceva il Dogui in Vacanze di Natale ripensando al ballottaggio tra l’Alfetta turbo e il Bmw iniezione.
Secondo imprevisto, l’ascensore occupato: impone la sdrucciolevole e rischiosissima discesa a piedi dalla vetta di Palazzo Sansedoni, almeno sei rampe di scale da coprire a velocità Mach 10 con annesso servile inchino verso i Potenti della Terra, che ospiti alle trifore ti scrutano come un alieno mentre trangugiano ostriche e caviale, sorseggiando champagne riserva 1612.
Terzo imprevisto, la famigliola straniera che alla Croce del Travaglio ti chiede info su un parcheggio nel quale ha lasciato l’auto senza conoscerne nome e ubicazione: dato che in sottofondo i rumori della Piazza si sono affievoliti e forse è arrivata la busta nelle mani del mossiere, la soluzione è una sola, categorica e impegnativa e pazienza se poi di quel “vaffa”, a tarda notte, porterai dentro il rimorso.

Quarto imprevisto, il tappo davanti al Bibò: la chiamata ai canapi sta per iniziare e siccome non sono più i tempi in cui da quelle parti si sgomitava intonando “chi unn’è di Siena ecc ecc”, tocca sgomitare, sì, ma solo per superare il variegato e multietnico serpentone che guarda la tv e taglia in due Banchi di Sotto.

Quinto imprevisto (quando la partenza è da via Montanini), le catene in via Cecco Angiolieri: messe davanti alla Società della Civetta per non far passare auto e motorini, diventano qualcosa di apotropaico per chi vi transita a piedi e, impaurito dal dover perdere tempo prezioso in uno scambio di sguardi, opti per scendere in Vicolo al Vento e allungare terribilmente il tragitto fino a Piazzetta Virgilio Grassi, dove inizi a sentire le gambe pesanti mentre quelli del Leco ti osservano con aria di stupore misto a commiserazione.

Sesto imprevisto, Pantaneto: indurimento del polpaccio, tachicardia che bussa alla porta delle extrasistole, disperata richiesta di aggiornamenti a chiunque vaghi su e giù per la strada mentre dieci, cento, mille locali hanno la tv sintonizzata sulle emittenti senesi (ci sono almeno 40” di ritardo tra ciò che realmente sta accadendo sul tufo e quello che viene trasmesso, ma non è il momento ideale per cogliere certe sfumature) e quando corre il Nicchio è un pullulare di fazzoletti azzurri oppure rosa quando corrono loro, ai quali auguri in silenzio le peggio sventure, ovviamente ricambiato e con gli interessi.

Vedi però a portata di mano la pietra sulla quale è scolpito “Via dei Pispini. Già Via di San Viene” e il fatto che ancora non si sentano urla di ogni genere provenire dalle case, né si vedano donne e bambini che corrono all’impazzata lungo la strada, è il segnale che anche stavolta ce l’hai fatta. Che quei due litri di sudore che porti spalmati sulla maglietta a qualcosa sono valsi. “Li ha mandati tutti fuori”, ti dicono in coro dal gruppo che ogni volta si raduna sulle scale di Santo Spirito: insomma non sei Ulisse e non hai dovuto tendere l’arco per farti riconoscere, non sei neppure (forse) Fantozzi e hai timbrato il cartellino senza aiuti che ti causassero squalifiche.

Alla Rondine c’è un piccolo posto libero tra la porta e il bancone, alla Pania le seggiole sono occupate ma va bene anche rimanere in piedi dietro a tutti. Missione compiuta, il Palio riuscirai a vederlo anche stavolta e “al prossimo giro vedrai ‘un mi ci rifregano, un posso mica morì”.
Peccato solo che il prossimo giro, come dicono alle giostre, sarà invece la prossima corsa. L’ennesima.
Matteo Tasso