Nobile Contrada del Nicchio

«Hanno rovinato la marcia del Palio». Il mito dei “bei tempi” e una Festa che sa cambiare

Se c’è una melodia in tutto il repertorio musicale paliesco che ci fa sentire il tufo sotto i piedi, questa è sicuramente la Marcia del Palio. La stessa che impariamo fin da piccolissimi, che di tanto in tanto intoniamo nei dopo cena estivi e che le nostre citte cantano nel Casato prima della corsa. Una di quelle cose, insomma, che abbiamo trovato lì, nel Palio per come lo abbiamo conosciuto da sempre. In realtà anche la Marcia del Palio, come tante altre tradizioni, è parte della nostra Festa da meno tempo di quanto in molti pensino. Fu scritta dal maestro Pietro Formichi, compositore e pianista stimato in ambiente senese e non solo, tanto da diventare Maestro di Cappella del Duomo di Siena. La produzione di Formichi, oggi decisamente trascurata, è, a dire il vero, di una qualità decisamente superiore alla marcia fanfaristica in due quarti che lo ha reso celebre al punto da entrare nella storia della nostra città, oltre che ad avere intitolata la strada appena fuori Porta Pispini su cui affaccia, ironia della sorte, la finestra di chi sta scrivendo.

Va detto che la marcia nasce come componimento strumentale: il testo «Squilli la fe’ / s’armi e vinca l’onore…» viene scritto in epoca fascista dal frate francescano Idilio dell’Era (al secolo Martino Ceccuzzi) e successivamente modificato fino alla forma che attualmente cantiamo da don Bruno Ancilli, che lo rese meno aulico e più aderente alla melodia di Formichi. La Marcia del Palio fa il suo esordio in Piazza il 16 agosto 1885, suonata da dodici musici posizionati tra le Contrade partecipanti alla carriera e quelle escluse. Quello che ascoltano gli spettatori in questa occasione è molto diverso da ciò che siamo soliti sentire oggi durante il corteo storico: la marcia è eseguita da una poco numerosa fanfara (complesso di soli strumenti a fiato, nello specifico ottoni, priva di percussioni, tamburi o strumenti di altra natura), decisamente meno imponente e più veloce.

La nuova colonna sonora del corteo storico viene così inserita nel contesto di finto medioevo sposato sul finire dell’Ottocento, pur non avendo nulla a che spartire con la musica medievale, e sopravvive anche al totale rinnovamento di inizio Novecento. Negli anni i musici della fanfara aumentano fino a un numero di 36 (12 chiarine, 6 trombe e il resto fra accompagnamenti, bassi e flicorni baritoni). Solo nel 1962 si ha una prima svolta significativa: la fanfara viene finalmente accompagnata da una coppia di tamburi, che, oltre ad accompagnare la marcia, colmano il silenzio tra un’esecuzione e l’altra.

È però nella seconda metà degli anni Settanta che si arriva alla Marcia del Palio per come la conosciamo oggi. Il mandato per l’accompagnamento musicale del corteo storico viene affidato alla Banda Città del Palio (presenza poi formalizzata con il presidente Giannini ed il sindaco Mauro Barni), con capo banda Italo Peccianti, il quale, d’accordo con l’autorità comunale, decide di ampliare la fanfara aggiungendo una fila di chiarine, una di trombe e un’altra di bassi e accompagnamenti fino ad arrivare a 48 componenti. I tamburi passano da due a ben dodici (inizialmente la prima fila è composta da tamburi imperiali, suonati con una sola mazza, ma successivamente si passa ai soli rullanti con doppia mazza) e si può finalmente parlare di una vera e propria banda. Per la prima volta si decide di mettere mano all’esecuzione della Marcia del Palio. Lo stesso Peccianti ed il maestro Neri creano un nuovo arrangiamento dove la composizione viene rallentata e resa più maestosa armonizzando le voci dei vari strumenti. Se prima, infatti, tutta la fanfara eseguiva la stessa melodia all’unisono, adesso i musicisti eseguono contemporaneamente più voci che, intrecciandosi, danno vita ad un suono più completo ed imponente.

Eppure, come spesso succede a Siena, la “nuova” Marcia non incontra il favore di tutti, con tanto di “giornalate” e levate di scudi di chi accusa di averla cambiata o addirittura rovinata. Seguono le dichiarazioni degli artefici, corredate di spiegazioni sul motivo e la natura dell’intervento. Successivamente Comune e Banda siglano un accordo, in modo tale che quest’ultima versione della Marcia non venga mai più modificata. Ed è infatti così che è arrivata fino a noi, che la apprezziamo e la identifichiamo come una parte importante della liturgia della nostra Festa.

Certamente il Palio e le nostre Contrade di cambiamenti, anche importanti, devono affrontarne di continuo e spesso ci irrigidiamo al pensiero di veder cambiare, anche di poco, le nostre abitudini. Questo atteggiamento diffidente, che talvolta si rivela garanzia e autotutela, dovrebbe essere forse affiancato dalla consapevolezza che la Festa è sopravvissuta ai secoli non solo grazie all’attaccamento del popolo di questa città alle proprie radici, ma anche al suo dinamismo e alla capacità di adattamento alle sfide di ogni epoca. In fondo, i senesi si sono sempre lamentati del “Palio di oggi”, che non è mai stato come quello dei bei tempi andati. Ma questi “bei tempi” non sono stati forse un altro “oggi” di cui altri si lamentavano, con altri pregi e altri difetti?

Edoardo Cerretani